In questo articolo scoprirai cos’è il rewilding personale, come funziona in pratica, quali sono i risultati, e come si collega alla filosofia dello slow living.
Ormai trascorriamo gran parte delle nostre giornate dentro ambienti chiusi e artificiali.
Casa, ufficio, mezzi di trasporto, supermercati, palestre, negozi.
Ma cosa succede quando, anche solo per un po’, usciamo da questa routine?
Camminare su un sentiero invece che su un marciapiede. Stare fuori quando fa freddo. Andare in un bosco senza ascoltare un podcast. Fare il bagno in un lago. Imparare a riconoscere le piante che crescono vicino casa.
Niente di complicato, a pensarci bene. Negli ultimi anni, però, alcune persone hanno iniziato a raccogliere queste attività semplici sotto un termine preciso: rewilding personale.
L’idea è quella di recuperare un rapporto più diretto con la natura, riducendo almeno in parte la distanza che abbiamo creato tra la nostra vita quotidiana e l’ambiente naturale.
Non significa vivere nei boschi, rinunciare alla tecnologia o tornare a uno stile di vita preindustriale. Significa chiedersi quanto spazio ha ancora la natura nella nostra vita.
Il rewilding è un approccio al ripristino degli ecosistemi che cerca di recuperare processi naturali, biodiversità e capacità degli ambienti di funzionare con un intervento umano il più possibile limitato nel lungo periodo.
Le linee guida dell’IUCN sottolineano che il rewilding è “nature-led, human enabled”: l’obiettivo è permettere alla natura di recuperare autonomia, mentre l’intervento umano serve a creare le condizioni perché questo possa avvenire.
Può significare, a seconda del contesto, ridurre alcune attività umane, ripristinare habitat, riconnettere aree naturali o reintrodurre specie che hanno un ruolo importante nell’ecosistema.
Il punto centrale non è quindi fare più cose nella natura. È lasciare che alcuni processi naturali tornino ad avere spazio.
Ed è proprio da qui che nasce l’idea del rewilding personale.
Il termine rewilding personale viene usato in contesti diversi per descrivere un insieme di comportamenti che hanno in comune una cosa: ridurre, almeno temporaneamente, la distanza tra il nostro corpo e l’ambiente naturale.
Può voler dire passare più tempo all’aperto, camminare in ambienti naturali, stare a contatto con condizioni climatiche diverse, osservare gli animali, raccogliere e riconoscere piante, nuotare in acque naturali o semplicemente trascorrere del tempo fuori senza trasformarlo in un’attività da “consumare”.
Il rewilding personale non richiede di cambiare completamente stile di vita. Non devi dormire all’aperto, mangiare quello che trovi nel bosco o rinunciare alla tecnologia.
Anzi, se diventa una nuova lista di obiettivi da completare, rischia di perdere il suo senso.
Il punto può essere molto più semplice:
Per gran parte della storia umana, stare all’aperto non era un passatempo. Era semplicemente parte della vita.
Oggi possiamo trascorrere intere giornate senza essere realmente esposti alla variabilità dell’ambiente: temperatura controllata, illuminazione artificiale, superfici regolari, rumore filtrato, spostamenti organizzati.
Il problema non è che questi strumenti siano “innaturali” e quindi necessariamente negativi. Ci hanno permesso di vivere più comodamente e in condizioni molto diverse da quelle del passato.
Ma hanno anche ridotto alcune esperienze che prima erano normali:
Non esiste una prova scientifica che dimostri che il rewilding personale sia una pratica specifica capace di migliorare automaticamente la salute.
Esiste però una crescente letteratura sulle attività a contatto con la natura.
Diverse revisioni sistematiche e meta-analisi pubblicate tra il 2025 e il 2026 hanno analizzato diverse attività nella natura e ha trovato un aumento della connessione percepita tra le persone e il mondo naturale, con risultati particolarmente interessanti per attività come mindfulness in natura e incontri con la fauna.
Un’altra revisione e meta-analisi del 2025 ha esaminato gli interventi basati sulla natura per persone con ansia, depressione o stress, trovando risultati complessivamente favorevoli.
Forse è questo l’aspetto più interessante.
Quando pensiamo al benessere, tendiamo ad aggiungere:
Il rewilding personale può funzionare al contrario.
Può significare togliere:
C’è poi un’altra differenza: una parte del nostro rapporto con la natura passa oggi attraverso uno schermo.
Guardiamo documentari sugli animali, video di escursioni, fotografie di paesaggi, contenuti sulle piante.
Sono modi legittimi per conoscerla, ma non sono la stessa cosa che esserci dentro.
Vedere un video sul comportamento degli uccelli è diverso dal riconoscere un uccello che incontri durante una passeggiata.
Leggere di una pianta è diverso dal sapere che quella stessa pianta cresce vicino casa.
Guardare un paesaggio online è diverso dal tornarci in stagioni diverse e accorgersi di come cambia.
Il rewilding personale può quindi essere anche un esercizio di attenzione.
C’è un legame naturale tra rewilding personale e lo slow living: rallentare non vuol dire solo fare meno, ma anche vivere in modo diverso il tempo.
Il rewilding personale può inserirsi in questa prospettiva perché propone un rapporto con la natura che non deve necessariamente produrre un risultato:
È un modo per sottrarre il tempo trascorso nella natura alla logica della prestazione.
E forse questo è il punto più interessante del concetto: non dobbiamo necessariamente fare qualcosa con la natura.
Non serve fare cambiamenti radicali; puoi:
È un termine usato per descrivere pratiche che cercano di ristabilire un rapporto più diretto tra le persone e la natura.
Il termine non identifica una pratica clinica o un trattamento riconosciuto. Esistono però numerose ricerche sugli effetti delle attività a contatto con la natura e sugli interventi basati sulla natura. I risultati sono interessanti, ma non giustificano l’idea che il rewilding personale sia una soluzione universale al disagio o ai problemi di salute.
No. Il rapporto con la natura può essere coltivato anche in città, attraverso parchi, giardini, fiumi, coste, orti e altri spazi verdi.
No. Il rewilding personale non significa eliminare smartphone, internet o strumenti tecnologici. Può semplicemente significare creare momenti in cui non sono necessari.
Il rewilding ecologico riguarda il recupero dei processi naturali e della biodiversità negli ecosistemi. Il rewilding personale usa lo stesso concetto in senso più ampio per descrivere un rapporto più diretto delle persone con la natura. Sono due concetti collegati, ma non equivalenti.
Il rischio, quando si parla di “ritorno alla natura”, è trasformare il passato in un modello ideale.
Non è necessario farlo. Non dobbiamo vivere come vivevano i nostri antenati e non dobbiamo eliminare tutto ciò che la vita moderna ci offre.
Possiamo semplicemente riconoscere che alcune cose che oggi consideriamo eccezionali, come, ad esempio, stare fuori, camminare, sentire il freddo, osservare gli animali, conoscere le piante, passare del tempo senza uno schermo, un tempo erano normali.
Il rewilding personale può dunque partire da una domanda: quanto spazio lasciamo alla natura nella nostra giornata?
Quanto spesso permettiamo al nostro corpo di stare fuori, di osservare, di adattarsi alle condizioni del luogo e di fare esperienza di qualcosa che non abbiamo progettato noi.
Forse iniziare significa semplicemente questo: uscire di casa e lasciare, per un po’, che sia il mondo intorno a noi a decidere cosa succede.
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